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martedì 10 marzo 2015

Da qui...a qui.

Da due fiocchetti lilla al matrimonio.
Dai 130kg ai quasi 60, ma soprattutto, ora a dieci kg in più che proprio non mi toccano.

Non c'è convinzione, c'è proprio consapevolezza che davvero la bilancia mi serve solo a limitare i danni se sento che qualcosa addosso stringe più del dovuto.
Nessun controllo particolare, nessuna condotta di compensazione.
Dovrei essere in un momento eccellente e sotto questo punto di vista lo sono: mangio, non mangio poco e non mangio tanto, vado in palestra, non mi faccio strane paranoie e continuo a seguire quella condotta alimentare che anno dopo anno è diventata una routine.

Ma sono stanca.
In questi anni ho lavorato tanto e momenti come questo ne ho avuti già. So benissimo che anche se la mia stanchezza non deriva, ora, da un problema alimentare, l'unica maniera per affrontarla è la stessa che ho usato in passato. Quindi, bene o male che finirà, passerà.

Però sono stanca di dover "lottare" per qualsiasi cosa. Perché la botta di culo pare non sia contemplata. Sono stanca di sentirmi inadeguata. Prima per una cosa, poi per un'altra e oggi per un'altra ancora.

E' da stamattina che mi vado ripetendo: guardati indietro.
Guardarsi indietro vuol dire cercare di stare meglio pensando che altri stanno peggio. Ecco, perdonatemi la finezza, ma ne fotto. Posso voler dare comprensione, posso essere altruista, posso aiutare, ma oggi la vita è mia e non posso gioire perché i miei problemi sono quisquilie se le confronto con il mio vicino che sta in ospedale o con quello di fronte che non sa come pagare il mutuo.

E' una stanchezza che mina dall'interno ed il pensiero, come al solito, va a Lui: perché io posso scherzare e ridere con gli altri, ma anche se ci vediamo per poche ore al giorno, Lui sa. E si becca la colite nervosa...
Vabbè.


Da lì a lì ed io sono contenta.
Ma va così. La paura è che anche quando avrò risolto l'ennesima cosa, mi sentirò inadeguata per qualsiasi altra cavolata.
O magari la finirò di essere egoista.







Colgo l'occasione per ricordare a tutti voi della IV Giornata del Fiocchetto Lilla (contro i Disturbi Alimentari)! Ecco la mappa delle manifestazioni in tutta Italia.



lunedì 14 aprile 2014

Scavare è un po' morire, per poi rinascere.

Ti stanchi di combattere, anche il corpo te lo dice. Lo stesso corpo che la tua testa non ti rimanda per quello che oggettivamente è . Voglia di mangiare pari a zero o, per contro, voglia di divorare qualsiasi cosa. Occhiaie, palpitazioni, attacchi di panico, sonno e allenamenti che non ce la fai a sostenere, nonostante tu stia attenta a dare la giusta nutrizione a quel corpo, lo stesso di prima, sempre lo stesso, di cui non ti interessa nulla. O ti interessa troppo. Dipende.
La stanchezza, per l'appunto, dipende anche da questa altalena puramente mentale.
Però c'è Lui.
E mercoledì sera dormiremo di nuovo nel nostro letto. Ed oggi mi guardo l'anello che porto alla mano sinistra, penso alle due volte che siamo andati a provare le fedi e mi sento più forte. Penso di essere più forte di qualche mese fa, pur nel pieno di un certo turbinio dato, son certa, dalla scelta di ricominciare a scavare dopo il convegno del mese scorso. 
Sono consapevole verranno altri giorni difficili, altre volte in cui penserò che il gioco non vale la candela, che vorrò morire per i problemi che riesco a dare all'uomo della mia vita. Ma so anche che pur "acciaccandoci" un po', quegli stessi giorni saranno intervalli tra le mille cose belle che riusciamo e riusciremo a creare. 
Sono consapevole, anche se per dirlo ho bisogno delle tenaglie, che lo stesso uomo che la notte di Natale mi ha fatto delle promesse e la dichiarazione di matrimonio più bella potessi desiderare, ama anche questo di me. Non per questo, anzi, soprattutto per questo, devo mettercela tutta.

Lo guardo e lo riguardo ogni giorno, quando dopo la palestra o dopo aver fatto i servizi di casa lo rimetto al dito. Ed è tutto lì. È un segno, ma ci credo.
E credo in me. Credo in noi.

lunedì 17 marzo 2014

15 marzo: fiocchetti lilla. C'ero anche io (c'eravamo anche noi!)


Devo essere sincera: ho pensato di scrivere questo post già mentre ero seduta ad ascoltare "la mia storia". Poi c'è stato il fine settimana, ma soprattutto tanta confusione. In realtà, ancora oggi a distanza di due giorni, faccio appello ai ricordi per cercare di capire cosa realmente abbia provato quando lì davanti a me, terapeuti, dottori e non solo, parlavano di qualcosa di tanto vicino quanto lontano.

Faccio un passo indietro altrimenti sembra stia scrivendo del nulla.
Il 15 marzo è stata istituita da ormai tre anni, la giornata del fiocchetto lilla, diventato simbolo anche in Italia della lotta, ma soprattutto della conoscenza dei disturbi alimentari. Sapevo delle manifestazioni nelle varie sedi FIDA (la più vicina a me è Salerno, comunque distante un'oretta di macchina), ma ignoravo totalmente che il comitato emmepi4ever in collaborazione con Mi Nutro di Vita avesse organizzato un incontro nei saloni di un auditorium parrocchiale di Casagiove, paesino che dista da caaasa appena una ventina di minuti. In questo dedalo di incontri virtuali chiamato internet, ho avuto la fortuna di aver incrociato anche Elisabetta, che venerdì sera mi ha lasciato questo invito attraverso Facebook.
La prima reazione è stata, come sempre in pratica, di ansia: ho letto il programma ed ho pensato di voler scappare. L'ho riletto e mi sono detta che sicuramente avrebbero parlato solo di anoressia e bulimia. Poi ci ho pensato su: cosa mi faceva paura oltre al fatto di dover andare in un posto che non conoscevo a fare qualcosa di nuovo? Ed il problema mi è stato chiaro: avrei sentito, per la prima volta, dialogare di  me da persone che vivono quotidianamente gente come me e lo fanno per lavoro, non per sentito dire, non per aver letto su internet come ho sempre fatto io.
Chi mi conosce sa che in tutti questi anni non sono mai andata in terapia: non ho avuto nessun tipo di approccio reale con un terapeuta. Ho la testa e gli occhi pieni di letteratura psichiatrica, almeno per quello che in questi anni ho trovato in rete. Ho una cultura sommaria, la stessa del malato che è talmente disperato da appigliarsi a qualsiasi cosa. Dico sempre che questa è stata una mia debolezza, che forse avrei trovato più risposte in minor tempo o avrei fatto un lavoro più profondo senza perdermi più volte: ma è andata così.
Comunque sia, il vero, reale problema è stato pensare all'autorità delle informazioni che avrei ricevuto quel pomeriggio. Come se trovarmi davanti quelle persone accreditate, potesse rendere ancora più vero, più tangibile il mio dca.



"Ing. per domani ho un invito ad un incontro per i dca..."
"Bene, ci andiamo?"

E così siamo andati, nonostante abbia tentato di dissimulare il piacere di averlo con me più volte dicendogli cose del tipo guardacheduratreoretiannoi.
E' stato bello ed emozionante. E scombussolante. Altamente scombussolante, in special modo quando già il primo intervento ha posto l'attenzione ai caratteri del binge. C'erano delle slides, lì davanti, che parlavano di me: ma di me non solo durante l'abbuffata, ma dei caratteri di contorno che solitamente ha chi soffre di bed. Si è parlato anche di storia dei disordini alimentari, di testimonianze. Si è parlato di come ogni disturbo alimentare non sia un'isola a sé, ma sia parte di un tutto in cui un soggetto  può allegramente sguazzare durante tutta la vita.

Hanno parlato dei miei periodi di abbuffate solitarie, della mia vergogna e del mio perfezionismo. Del mio controllo, delle mie restrizioni e della mia disperazione. Del mio negare di avere un problema e di tutto il contorno, della vita di relazione che va a donnine allegre.
Ma hanno parlato ed ho visto viva l'angoscia, di chi ha vissuto con qualcuno malato di dca. Dell'impotenza che si sente di avere in questi casi.



Ma è stato un pomeriggio di sublimazione: non mi sono sentita un essere strano, un animale da circo. La normalità che cercavo accanitamente quanto più il disturbo si impossessava di me era lì, tra le parole di chi magari, avrebbe saputo guarirmi prima. Ero documentata da libri e libri, da ricerche psicologiche e trattati e questo mi ha rassicurata nonostante sapessi già.

Io ci sto ancora lavorando: i chili persi sono solo la risposta del corpo ad una strategia di guarigione. Ma tanto c'è ancora da fare e penso che l'opportunità che mi è stata data sabato pomeriggio fa parte di questo percorso.
Ho scelto di andarci, sono riuscita ad andarci e ne sono contenta.
Anche per questo non smetterò mai di ringraziare Elisabetta (senza la quale non avrei saputo).
E, naturalmente l'ing. che ci mette sempre il suo: prima, durante e dopo.

































(immagini da https://www.facebook.com/memorialmariapaola)


I nostri fiocchetti a caaasa


lunedì 3 marzo 2014

Ma come si fa a diventare così?


Così come?
Così teneri? Così belli? Così stronzi? Così cosa? Ah, si. Grassi. Così grassi.


Come si fa a diventare così enormemente grassi, così occupanti spazio, così lipidici e nemmeno tanto morbidi. Quella della morbidezza molte volte è una grossa (grassa) bugia: a parte l'enorme stomaco, le mie morbidezze rientravano quasi in una consistenza normale; la stessa che può avere una qualsiasi donna che non ha interesse a mettere su muscolo. Solo che era di più.
Come si fa a guardarsi allo specchio ogni mattina e non farsi schifo?

Gran parte di queste domande mi sono state poste dal mio allenatore che, forse proprio perché mi stima (uhhh che parola grossa!), non si fa troppi problemi a chiedermi certe cose. Lui sa: almeno sa che ero 130kg e che quando a giugno 2012 sono arrivata nella sua palestra ne pesavo già 75. Sa e proprio oggi, mi ha portata ad esempio ad una signora facendole capire che, sostanzialmente, non esiste una bacchetta magica per il dimagrimento. Certo, se non avesse detto qualcosa del tipo:"una ragazza che viene qui era 130kg ed ora ne pesa 60 perché non si è messa scuse davanti"(bontà sua difettare circa il mio peso!), magari la signora mi avrebbe detestato meno.


Ma la domanda è: se non esiste una bacchetta magica per il dimagrimento, perché dovrebbe esserci un qualcosa di tanto potente e malefico che ci induce ad arrivare a certi pesi record?
Perché non ci si ferma prima?
Perché non si limitano i danni quando si capisce di essere dieci/venti chili sopra il proprio peso forma?*

Una risposta unica non esiste e soprattutto varia da persona a persona, ma sarebbe da soffermarsi sulla frase precedente:

Perché non si limitano i danni quando si capisce...


Non ho usato questo verbo in maniera inappropriata. Nel mio caso io non ho realmente capito fino ai ventitré, ventiquattro anni. Non avevo i mezzi per capirlo e sono stata fortunata a trovare sulla mia strada un piccolo forum che mi ha aperto occhi e mente.
Dca, abbuffate, binge, rapporti familiari e piano piano un minimo di chimica dei macro nutrienti. Ho letto tanto e mai tanto come altri compagni di viaggio.

Il mio peso, i miei centimetri e le difficoltà oggettive di ogni giorno erano diventate parte di me.
Perché non ci si ferma prima? Perché non esiste davvero un prima. Dopo anni di dietologi che scuotevano il capo ad ogni pesata, ho accettato il mio ormai davvero enorme corpo come un qualcosa di naturale, qualcosa che non avrebbe potuto cambiare.
Lui. Come se il cambiamento dovesse venire da lui e non da me.
Perché io, realmente, non esistevo. Ero un'emanazione del mio corpo: una voce, un battito di ciglia. Il mio corpo arrivava prima di tutto: lo è quasi sempre, ma con me era ancora più facile.
Faccio un esempio: sono stata apprezzata, nel mio piccolo, per la mia voce. Per identificarmi nell'ambiente, cosa credete che si dicesse?
"Ma chi, Diana, quella grossa?" (gentili!) e non, magari, "ma chi, Diana, quella con la r moscia?".
Ditemi voi: io canto. Vengo apprezzata per come canto, dunque mi state ascoltando. E allora perché la prima cosa che vi viene in mente per definirmi è la mia stazza e non il mio difetto di pronuncia?



Gli anni passano e penso che se non avessi avuto tante piccole coincidenze, avrei finito per finire di annullarmi.
Il mio corpo avrebbe annullato Diana. Perché quella fiammella Diana non avrebbe fatto in tempo a capire che invece tutto si trasforma: che la stessa trasformazione esterna avrebbe portato anche una interna. E come in un enorme cerchio, quella interna avrebbe portato ad accettare quella esterna.

Arrivi ad un punto in cui ti fa schifo anche farti schifo. O, come ho scritto oggi ad una compagna di viaggio che mi chiedeva quale fosse stata la molla decisiva per il nuovo stile di vita:

"Era già troppo tempo che NON mi lamentavo del mio status di obesa patologica [...] mi abbuffavo, non mi guardavo allo specchio, non mi lamentavo più di me stessa, non riuscivo nemmeno più a compatirmi. Potevo, effettivamente, aspettare solo di morire".




*quello che lui intendeva è: sappiamo tutti che tranne che per importanti disfunzioni o problemi medici è praticamente impossibile prendere trenta chili in tre mesi. Di conseguenza perché aspettare di ingrassare tanto e poi, forse, ricominciare a riappropriarsi di se stessi?




giovedì 27 febbraio 2014

Carestia (paura della)


Da un po' di giorni, forse impaurita (ma nemmeno troppo, il che, per assurdo, mi fa ancora più paura) dal mio repentino aumento di peso (e parlo di due chili in nemmeno una settimana, mangiando bene e facendo attività) ho in testa la questione della Paura della Carestia.
Non so sinceramente se, scavando tra i libri, questo "disturbo" sia contemplato nei sides di quelli alimentari, ma so che è una questione che mi sta tornando spesso in mente.
Si tratta della paura di rimanere senza cibo. Direi assurda di questi tempi. Trovo alcune somiglianze con le abbuffate, specialmente quelle in cui mi producevo fuori casa: compravo una crostata preconfezionata, un pacco di merendine e lo mangiavo tutto. Prima di tornare a casa dovevo solo procurarmi un cestino per nascondere l'infamia.
Ora però, che le mie abbuffate non sono quelle di un tempo, mi capita di dover rimanere fuori casa per un lasso di tempo che vada oltre il paio di ore. Visto che, solitamente, mangio ogni tre/quattro, il mio cervello in questi casi va in allarme.
Se frugate nella mia borsa, nelle tasche del mio cappotto, troverete sempre almeno una caramella: possibilmente qualcosa di "sostanzioso", non una dietorelle per intenderci. Oppure un torroncino, o un pezzetto di cioccolata. In casi estremi anche una porzione di tarallini.

E' probabile che quella roba rimanga lì per mesi. Mi basta sapere che c'è, che qualcosa c'è: come se poi dovessi affrontare il deserto e in caso di estrema necessità non potessi buttarmi in un bar o in un alimentari.



Scrivevo che tutto questo mi riporta mentalmente alle abbuffate per un motivo molto semplice: la paura della carestia, in realtà, è la paura di avere fame, di sentire lo stomaco brontolare. Paura che si traduce in uno stomaco vuoto.
E cosa bisogna fare con uno stomaco vuoto se non riempirlo fino a quando non arrivi il segnale di pieno? Peccato che, come sa chi ha sofferto di dca, il segnale non arrivi subito e molto probabilmente arriverà prima il disgusto per se stessi e poi la sazietà.



Ultimamente, da circa un mese, mi sono rimessa in riga. Cosa vuol dire però per me, rimettermi in riga?
Il mio peso minimo, mi ha portato a poter dire: ho perso 70kg.
Parte di questi settanta chili, bugiarda se non lo dicessi, li ho persi anche in maniera non troppo sana. E qui ritorniamo al discorso principe: quando ho avuto il mio periodo di anoressia* non sentivo più la fame. Ero passata dalla sensazione di "vuoto da riempire immediatamente" a quella di "vuoto, però posso fare a meno di mangiare".
Dunque, tra i due estremi ci passano quante? 3000kcal giornaliere?
Rimettermi in riga per me è stato quindi abbandonare troppi calcoli e cercare semplicemente di mangiare come mangerebbe chi non debba perdere peso.
E' probabile che il mio aumento sulla bilancia dipenda anche da questo piccolo stravolgimento e che nel giro di un mese tutto tornerà alla normalità, non so. So però che adesso mi è tornata questa paura del vuoto. Devo mangiare, continuamente.
Non immaginatemi con una merendina a destra ed una pizza a sinistra: anni di tattiche mi hanno insegnato cosa dovrei mangiare in questi casi per limitare i danni, ma la questione, ancora una volta, è puramente mentale.



Nel frattempo ci lavoro su per fare in modo che tutto scivoli nel migliore dei modi, perché a parte questa piccola elucubrazione figlia di una ipersensibilità all'argomento, nemmeno per un attimo ritornerei alle pesate giornaliere (e plurigiornaliere), al controllo dei grammi e dei macronutrienti in maniera estrema (e se volessi avere dei risultati seri e veloci in palestra è quanto dovrei fare), alle esaltazioni da pasto perfetto e ai pianti, alla disperazione intimamente più profonda al pensiero di una pizza serale, di un pranzo non bilanciato o di un introito di carboidrati maggiore di quanto ci si possa permettere in giorni di scarico.**
La realtà dei fatti è che voglio godermi quest'anno nella maniera più serena possibile: l'ansia per la prima prova vestito c'è (ma anche il tempo, visto che parliamo di settembre!), ma è ora di trovare l'equilibrio definitivo.
Spero di poter avere, più in là si intende, altre responsabilità che, a ragione, mi faranno spostare l'ago del mio ego. E non posso permettermi di arrivare impreparata: nessuno è perfetto quanto un genitore per il proprio figlio, ma il figlio cresce. E capisce. E scusa, ma capisce. 
Mi piacerebbe, almeno in questo senso, spianargli un po' la strada, vista la lunga sofferenza da me provata.


Comunque sia, come dicono quelli bravi, work in progress.



* si tratta di un periodo di circa un anno. Tenevo un diario alimentare che a rileggerlo ora mi fa spavento. Cercavo di stare sulle cento calorie a pasto, per un totale di 500/600 kcal al giorno. Tutto questo, mettendoci un'oretta di lavoro aerobico oppure una giornata piena. Penso che sia allora che ho dato una mazzata paurosa al mio metabolismo e anche al mio stomaco, che non sempre reagisce bene. Naturalmente non avevo il peso di un'anoressica, ma viaggiavo intorno agli 80/90kg.

** la questione carboidrati è lunga da spiegare. Quello che bisognerebbe imparare e che ho sperimentato controllando il mio peso ogni santo giorno e allegando un diario alimentare con tanto di grammatura delle macro è che un vero perché delle variazioni giornaliere non c'è. Il nostro corpo è sì una macchina, ma è programmata per i viaggi lunghi. Il chilo il giorno dopo una pizza con gli amici è più che normale, così come mi capita anche se la sera prima ho mangiato, magari una zuppa di legumi. Ma se la pizza non è la normalità tutti i giorni, la zuppa di legumi, per quanto possa essere una scelta "sbagliata" se si fa palestra (specialmente se non si accompagna ad una buona fonte proteica e blablabla), è un pasto che facilmente una famiglia mette in tavola. Questa è la normalità. Non lo sarebbe se io fossi o volessi diventare una fitness model.




martedì 28 gennaio 2014

Due in un sol colpo


-Sei pronta?-
- Insomma...-
- Tanto andiamo! -



Come sempre, quando mi serve quell'ultima spintarella per fare qualcosa, l'ing. è determinante. E così, in una giornata di pioggia casertana, dopo essersi preso un paio di ore di permesso (che porello, sconterà tornando più tardi in questi giorni, immagino), è passato a prendermi per andare all'appuntamento.
Ora, io ho 31 anni, non 15 e anche per colpa del carattere che mi ritrovo, tendo a pensare un po' troppo alle conseguenze. Si trattava di una cosa "per la vita" e visto che questo è l'anno (e si spera, gli anni) in cui deciderò e decideremo un po' di "cose per la vita", direi che è stato il tempo giusto.
Dopo aver fatto il piercing al naso a 26 (?) anni, ho deciso di intrattenermi con un tatuatore opportunamente selezionato secondo precisi canoni di igiene e serietà nel lavoro (nonché prezzo!) per un paio di ore.
Un paio di ore e qualche pausa ci sono volute non per arazzarmi l'intero corpo a mo' di Cappella Sistina, ma per realizzare i due tatuaggi che avevo in testa.



Insomma, la mia prima volta in uno studio di tattoo è stato doppio! 
Il tribale è stato più un vezzo e come tale ("Chi bella vuole apparire un poco ha da soffrire"!) ha fatto maluccio in qualche punto. La farfalla dietro la mia zazzera (parte del collo dove non ci sono capelli) invece è IL tatuaggio: quello che pensavo di fare da anni, quello che avrei sempre voluto sul mio corpo fossi mai riuscita ad abbassare il livello di DCA. Quello che simboleggia il mio rinnovamento.
E quello che non ha fatto assolutamente male, tanto che quando l'uomo con la pistola ad aghi ha detto:"Abbiamo finito!", alla maniera della ragazzina PIC (la ricordate?) ho risposto:"Di già?".

E allora oggi me ne sto buonina a casa, salto l'allenamento e mi spalmo di pantenolo. Per una settimana mi toccherà mettere a ferro e fuoco solo la parte superiore del mio corpo, evitando corse e corsettine, ma da amante della ghisa e poco del cardio mi va più che bene.

E basta così.
Anzi no.
Non vi raccontavo la parte più divertente, ovvero qualche reazione all'evento.

Mia cognata, divertita
- Dià a te il matrimonio ti ha dato alla testa! -

Mia sorella, tatuata e piercingata prima e più di me
- Ma finalmente! Ora però tocca raggiungermi come numero... -



Mio marito, nonché mio futuro testimone di nozze
- Grandeeee! Voglio farlo anche io! -

Mia madre alla quale inizialmente ho mandato un whatsapp sperando fosse in treno e dalla quale ho ricevuto pronta chiamata
- Sei seduta?-

- Che è successo? -

- Niente Mà, tranquill... -
- Sei incinta? -
- Noooooo! Ma ieri Augusto mi ha accompagnata a fare un tatuaggio. Anzi due. -
- Ma voi non siete i tipi da tatuaggio!-
- Infatti ne ho fatti due io -

Mio padre (che odia i tatuaggi ed i piercing, che ha piantato storie quando mia sorella è tornata con i suddetti, che ha accusato la stessa mia sorellina quando IO sono tornata con il piercing)

NON PERVENUTO
(L'ing. pensa che quando lo saprà darà la colpa a lui!)






mercoledì 5 giugno 2013

Di Q e matrimoni e vestiti.

Tanto che non scrivo, ma il peggio è passato.
Quando leggo le cose che riesco a scrivere in periodi malati, mi viene la pelle d'oca. Ritorno al pensiero di non ricordo quale libro sul dca in cui si graficizza il disordine alimentare, di qualsiasi tipo, con una Q: una grande, immensa, enorme Q sulla quale "noi con i problemi" viaggiamo costantemente. La percorriamo per intero e durante questa che non è una passeggiata, abbiamo i nostri alti ed i nostri bassi, fino a quando, lo auguro a tutti, non prendiamo la via che conduce all'uscita; quella della coda della famosa Q.

Quello che mi chiedo -e non da oggi- è: ma allora le mie uscite sono state fittizie? Come ho fatto a ritornare sulla giostra? E ancora lo stesso interrogativo: dovrò combattere con questa lettera tutta la vita?

Comunque sia è ufficiale: a meno che non accada qualche cosa strana, ho la sorellina che a fine luglio si sposa. La piccola di casa, decisamente più anziana sotto il punto di vista della convivenza, ha deciso di impalmare un altro santo uomo. La sottoscritta sarà la sua testimone, cosa che ho accettato con grande giubilo, visto che si tratta di mia sorella e che sotto molti punti di vista festeggeremo un matrimonio ideale. Pochissime persone (e quando dico pochissime, credetemi), pranzo in agriturismo in toscana e naturalmente "cerimonia" in comune.

Una cosa decisamente non sfarzosa, dunque avevo già pronto il mio bel vestitino che, non scandalizzatevi, avevo già usato per un matrimonio esattamente un anno fa.
Lo misuro, ma non mi preoccupo anche se si deve stringere: è di buona fattura e dove l'ho comprato hanno anche la sartoria per gli aggiusti. Lo stesso negozio dove proprio ieri ho portato pansymother a fare shopping matrimoniale. Dunque mi sono armata di vestito e alla gentile commessa ho chiesto se dopo aver sbrigato mia madre potevo misurarlo per prendere le misure. Tutto bene fin tanto, davanti una giuria di ben tre sarte, ho messo su quello che dovevo mettere.
"Eh, ma questo è largo qui, ma che hai fatto in un anno, ma se chiudo qui comunque ti va largo, e questo tessuto potrebbe non reggere" eccetera eccetera.
Insomma avrei dovuto spenderci la metà del costo del vestito stesso senza sapere a cosa andavo incontro: in pratica il vestito poteva essere inutilizzabile.
E no, mi fido di queste sarte, non solo perché ho già avuto modo di vedere il loro lavoro, ma perché se io compro un altro vestito a loro non entra nulla in tasca che non sia lo stipendio.
E se così non fosse, amen.
Fatto sta che, messi abbondanti limiti di spesa, mi sono fatta consigliare per un abito nuovo. Ci ho messo dieci minuti e sono rimasta soddisfatta.

La morale di tutta questa avventura è semplice, ma per comodità la suddividerò in più punti:

- devo mettermi in testa che ormai le taglie le trovo facilmente
- sono in un periodo in cui mi vedo bene: complice il mangiare secondo regola (con i dovuti e necessari strappi anche consistenti durante il fine settimana che inizia con il cocktail o la pizza di venerdi) e la palestra che frequento 5 giorni su 7 (sempre pesi e cardio, ma un giorno sono di riposo attivo con solo cardio)
- inizio ad amare seriamente la mia schiena e le mie spalle ed in generale, dopo un periodo di stanchezza mi sento meglio (e sto ascoltando di più il mio corpo).

Un'unica cosa non metto in lista è un interrogativo o una riflessione alla quale sono stata portata dall'ing.:

mi sto accontentando?

Mi spiego meglio: nella ricerca del vestito, come ho scritto più sopra, sono stata fortunata. Ma è realmente così? Quando mi sono vista allo specchio mi sono detta che il vestito, vuoi per il costo, vuoi perché mi piaceva come stava, doveva essere quello. Non ne ho provati altri. Mi sono realmente innamorata di quel vestito o mi sarei innamorata ancora di più di un altro? Non ne ho provati altri perché sapevo che quello era il massimo o perché -dannata pulce nell'orecchio- abituata ad altri tempi in cui mi dovevo accontentare che le cose semplicemente "mi stessero" per quantità di tessuto, non ho approfondito la scelta?
Per carità, un vestito se sta male sta male: non era questo il caso. Ma visto che ora ho misure decisamente più "normali" e che la palestra mi sta dando delle proporzioni più armoniche, sono io che non oso? Che non scelgo realmente?

lunedì 15 aprile 2013

Combattere il dca, di nuovo.

Non so esattamente da dove iniziare perché in questo fine settimana che altrove ho definito "formativo", ho capito che la domanda principe da farsi è: questa cosa sarebbe accaduta comunque o è figlia dei tanti -nemmeno tanti in realtà- cambiamenti del periodo?
La risposta che ho elaborato attualmente non è di comodo, ma mi viene da pensare che come in tante altre cose, la colpa sia nel mezzo.
Mi sono ammalata di nuovo, e questo è bene che lo scriva all'inizio perché trovarselo davanti fa un altro effetto.
Il sentore l'ho avuto quando, non ricordo dopo quale leggera discussione con l'ing gli ho detto: lasciami perdere, io ora sono nel periodo in cui tutto deve essere perfetto, o non ci deve essere. Una dichiarazione fatta talmente d'impulso che quando mi sono ascoltata pensavo di non essere stata io; una dichiarazione che non dirà nulla a chi non ha vissuto un dca.
In quella perfezione si nasconde il mio potere di controllo che va oltre me stessa, oltre il pieno controllo del mio corpo, di quello che mangio, dei miei sentimenti. I miei attacchi di panico si sviluppano intorno all'idea di morte che è l'unica cosa che veramente non posso controllare.
L'ing. invece dice che se ne era accorto già prima che qualcosa non andava e che la cosa si è acuita durante la settimana di Pasqua (non abbiamo veramente festeggiato, ma si è mangiato di più in compagnia) e quando ci siamo trasferiti a casa di mio suocero (dove resteremo fino a fine mese) e per forza di cose ho dovuto lasciare indietro i miei pranzi iper bilanciati ed il mio conteggio dell'olio a crudo. Il boom l'ho avuto questa settimana passata quando le mie ernie discali si sono risvegliate insieme alla primavera ed hanno deciso di fare in modo che oltre a prendere dosi da cavallo di antidolorifico non potessi più andare in palestra.
Ora, ci sarebbe da scrivere un capitolo su mio suocero che è una persona adorabile, cucina bene, ma lo fa usando un po' troppo olio e soprattutto pensa che noi giovincelli possiamo e dobbiamo mangiare di più. Lo fa in buona fede ed è per questo che mai mi preparerò il pranzo a parte tirando fuori i miei petti di pollo alla griglia, il mio riso integrale e i fiocchi di latte ed il petto di tacchino. Mai gli contesterei la pasta con i legumi o con le patate, anche se per il mio target di peso e di muscolo che desidero mettere su, è controproducente mangiare a quella maniera. E stiamo parlando di un uomo che non ha problemi di peso o di colesterolo o chissà che altro, che si controlla periodicamente e ci tiene alla cura di sè. Diciamo che sull'alimentazione è di quella scuola che pensa che mangiare una pizza equivalga a mangiare poco. Ma è anche la stessa persona che, intuendo le mie fissazioni, è andato a comprare il tonno al naturale dicendo poi che era meglio comprarlo così per condirselo da se con l'olio buono di casa.
Fatto sta che il vero problema non è questa alimentazione un po' sbilanciata, un po' più nutriente (ma che non va mai oltre le 1600kcal) ed ora questa mancanza di attività fisica. Il vero problema è questa testa che ha iniziato a dare di matto in virtù di altri pensieri che hanno fatto centro al mio punto debole, a quel nervo nascosto che subito si è infiammato.
Ho iniziato a non vedermi più, a vedermi diversa allo specchio a distanza di dieci minuti; a sorvegliarmi un inesistente -spero- doppio mento, a sentire lo stomaco dilatato, ad andare nel pallone dopo una pesata e ad abbuffarmi, per poi avere crisi di pianto al pensiero di dovermi mettere a tavola. Mangiare compulsivamente anche a tavola: quando gli altri erano al secondo boccone, io avevo finito; non sentire i sapori, non godersi il cibo mangiando con rabbia. Insomma tutto il repertorio con la differenza che non essendo praticamente mai sola a casa e non facendo io la spesa, non potevo e non posso uccidermi con il mangiare. E questo è un bene.

Poi arriva l'ing che già da un po' mi diceva: dai andiamo a fare un po' di shopping primaverile per te, che sei dimagrita dall'anno scorso e le cose ti stanno larghe. Dai andiamo questo sabato dopo pranzo.
Sabato dopo pranzo io mi sentivo uno schifo: avevo preparato, anche in virtù del fatto che Lui è a casa, una pasta e patate con provola che volevamo farci da un po'. Sembrava non fosse venuta come desideravo e lì già mi sono innervosita (ricordate la perfezione?); nonostante avessi buttato giù il solito quantitativo di pasta per noi tre, avanza. Chi l'ha mangiata? La sottoscritta che si è riempita praticamente un secondo piatto. Ora pare che mi fosse riuscita buona, ma nonostante il quantitativo ingurgitato io il sapore non l'ho sentito.
Comunque sia, dopo pranzo siamo andati al centro commerciale.
Ora coscientemente io so di non aver preso dieci chili in due ore, nemmeno cinque, ma non nascondo la sorpresa di aver preso le solite taglie degli ultimi tempi. So che a settembre ho comprato un jeans che mi stava giusto che oramai sta comodo, anche dopo l'abbuffata. Coscientemente ho misurato una giacca alla Sisley taglia 48 e sono uscita (anche grazie ad una commessa che continuava a ripetermi che non capiva come mai mi ostinassi a prendere taglie più grandi) con la stessa giacca taglia 44. Per non parlare di quando alla stessa commessa ho chiesto una xl per le magliette basic e lei mi ha risposto che la xl non la facevano: la mia testa ha inteso che di conseguenza non le avrei trovate della mia misura, mentre lei ha continuato dicendo che mi sarebbe stata la small o la medium. Ecco, sono uscita con una medium che mi sta alla perfezione.

A coronare il pomeriggio un caffè con quel santo dell'ing: un caffè davanti al quale ho sputato il rospo, abbiamo parlato e mi sono ritrovata con la sua faccia contenta quando ha realizzato che alla fine, è stata una fortuna trascinarmi a fare compere.
Chiaro che io sono ancora qui a combattere di nuovo con le mie derive, con la mia pancia che sento più prominente di due settimane fa, ma con l'intenzione di dare del filo da torcere al dca.




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